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La storia dietro
No todo está perdido, secondo DoReSol
Non tutto è perduto non suona come un brano di chiusura, ma come un respiro nel bel mezzo della notte. La melodia si allunga in un ponte di cinque minuti che non affretta la fine, come se ogni nota dovesse restare un po’ più a lungo. L’arrangiamento gioca con strati di archi e percussioni leggere, ma c’è qualcosa nel basso che si insinua nell’orecchio e non molla: non è un riff orecchiabile, ma una linea che avanza con calma, come se sapesse che il messaggio non ha bisogno di fretta.
Diego Torres lo pubblicò nel 1994 all’interno di Tratar de Estar Mejor, il suo secondo album, e a quel punto il suono non era più solo ballata o reggae: era un ibrido che suonava fresco nelle radio argentine di quegli anni. Il brano non fu il più promosso dell’album — i successi erano Deja o San Salvador —, ma finì per diventare uno di quei pezzi che i fan conservano per momenti particolari, come quando la notte si allunga e diventa chiaro che non tutto è perduto. A quel punto, Torres aveva già smesso di essere il ragazzo de La Banda del Golden Rocket per diventare un artista che vendeva più di chiunque altro nel paese, con un tour che lo portò in America Latina e persino una collaborazione in Spagna per l’omaggio a Joan Manuel Serrat. Ma in Non tutto è perduto non c’è euforia: c’è una voce che canta con calma, come se sapesse che le cose buone arrivano quando meno le cerchi.
Dall'album
Luna nueva
Diego Torres · 1996 · Track 8
Dati