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La storia dietro
Arsonist’s Lullabye, secondo DoReSol
La prima volta che ho ascoltato Arsonist’s Lullabye, ciò che più mi ha colpito è stato quel contrasto tra la melodia che sembra cullare e il testo che brucia. La voce di Hozier si muove su un ritmo che non è esattamente dolce, né aggressivo: è come se la canzone respirasse in battute irregolari, con pause che lasciano spazio affinché il piano e la chitarra acustica si intreccino senza fretta ma senza sosta. C'è qualcosa di ipnotico nel modo in cui la tensione si accumula senza esplodere, finché il ritornello irrompe con quella miscela di urgenza e rassegnazione, come se il fuoco che descrive non fosse solo distruzione, ma anche una forma di purificazione.
È stato registrato negli Stati Uniti con Rob Kirwan alla produzione, in un processo che mirava a catturare il suono grezzo delle sessioni dal vivo. Il brano dura 4:27, ma in quei minuti non c'è riempimento: ogni nota sembra pensata perché l'ascoltatore senta di stare ascoltando qualcosa che potrebbe spezzarsi in qualsiasi momento. L'album, Hozier, è uscito a settembre 2014 sotto l'etichetta Rubyworks Records e, secondo Metacritic, i critici lo hanno accolto con voti alti per quella fusione di generi che non si incasella in una singola categoria. Nella Billboard 200 ha debuttato alla seconda posizione, ma ciò che conta non è il numero, bensì come quel brano in particolare sia diventato un ponte tra l'intimo e l'universale.
Dall'album
Hozier
Hozier · 2014 · Track 3
Dati