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Saxophone Colossus 1957
Album · di Sonny Rollins ↗ Vai all'artista

Saxophone Colossus

Sonny Rollins registrò Saxophone Colossus in un solo giorno, il 22 giugno 1956, nello studio di Rudy Van Gelder a Hackensack, nel New Jersey. Il disco venne pubblicato mesi dopo, nel marzo o aprile del 1957, sotto l’etichetta Prestige. La cosa curiosa è che proprio quella stessa settimana, quattro giorni dopo la sessione, due dei suoi compagni di band morirono in un incidente automobilistico: il trombettista Clifford Brown e il pianista Richie Powell. Rollins non viaggiava con loro, ma la perdita lo segnò profondamente. Il quartetto che registrò l’album — composto da Tommy Flanagan al piano, Doug Watkins al basso e Max Roach alla batteria — suonava già con una chimica che oggi sembra inevitabile, ma all’epoca era pura energia grezza. Il disco fu registrato in mono, con attrezzature prestate e senza seconde prese, eppure ogni brano respira come se il tempo non esistesse.

Anno
1957
Canzoni
5
Durata
39 min 53 seg
Ascolta l'album

5 canzoni

Lista delle canzoni

# Titolo Disponibile
01

St. Thomas

6:48
02

You Don't Know What Love Is

6:29
03

Strode Rode

5:15
04

Moritat

10:03
05

Blue 7

11:18

Sull'album

Saxophone Colossus, secondo DoReSol

Dei cinque brani, tre sono composizioni originali di Rollins. Il più riconoscibile è St. Thomas, un pezzo ispirato al calypso che prende il nome dall’isola di Saint Thomas, nelle Isole Vergini. Rollins non lo scrisse ex novo: era una melodia tradizionale chiamata Fire Down There, che Randy Weston aveva registrato un anno prima. Ma qui, il sax di Rollins gli diede una svolta che lo trasformò in uno standard del jazz. You Don’t Know What Love Is racconta un’altra storia: uno standard di ballata spogliato di romanticismo, lasciando solo la sua ombra, con un fraseggio che suona come una confessione tardiva. Blue 7, invece, è un blues di undici minuti in cui Rollins improvvisa su un tema che lui stesso assemblò al volo, usando intervalli di tritono e una struttura che sfida l’armonia convenzionale. Max Roach, nel suo assolo, introduce un ritmo in terzine che Rollins riprende poi, creando un filo invisibile che unisce l’intero pezzo.

La ricezione fu immediata. Nel aprile 1957, la rivista Billboard sottolineò che il disco "dovrebbe far parlare i musicisti", e nel giugno dello stesso anno, Ralph J. Gleason scrisse su DownBeat che Rollins dimostrava lì "umorismo, delicatezza e un senso dello swing incrollabile". Nel 2016, la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti lo inserì nel National Recording Registry per il suo valore culturale e storico. Oggi, a oltre sessant’anni di distanza, continua a suonare fresco: un disco in cui il tecnico e l’emotivo si fondono senza preavviso, come se ogni nota fosse stata scoperta nel momento esatto.