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Sull'album
A las madrecitas de México, con cariño Vicente Fernandez, secondo DoReSol
Due brani dell’album spiccano per come condensano questa essenza. In María, ad esempio, il Vicente Fernández più maturo si svela con un testo che parla di lealtà e tempo, e quell’arpeggio di chitarra che si ripete come un sospiro. La canzone suona come un addio senza esserlo, con un tempo che oscilla tra il calmo e l’urgente, come se ogni nota portasse il peso del vissuto. D’altra parte, Cuquita —dedicata alla moglie— è un valzer ranchero in cui la melodia si intreccia con i ricordi. Qui non c’è grandiloquenza, solo il Chente che racconta una storia con la stessa naturalezza con cui cantava nei ristoranti di Guadalajara decenni fa.
Ciò che è curioso è che, sebbene l’album sia uscito quando la sua salute non era più la stessa, non suona come un addio. Piuttosto, è un promemoria del fatto che la sua musica ha sempre avuto il potere di far sentire chi l’ascolta a casa. Registrato a Guadalajara, con musicisti del suo ambiente più stretto, il materiale riflette quel legame che non ha mai perso con la sua terra. E sebbene non menzioni premi o record, il fatto che sia stato uno dei suoi ultimi lavori gli conferisce un valore distinto: non è un disco qualsiasi, ma la chiusura di un’era iniziata negli anni Cinquanta, quando un ragazzo di Huentitán el Alto vinse il suo primo concorso cantando su un palco locale.
Discografia