Accordi in preparazione
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La storia dietro
Look but You Can’t Touch, secondo DoReSol
Questa canzone dei Poison ha un riff che si pianta in testa fin dalla prima misura, non per la sua complessità ma per come si ripete con una cadenza che sembra sfidare il tempo. Non è un loop perfetto di quattro battute, ma qualcosa di più organico, come se il groove oscillasse in un movimento avanti e indietro che invita a muovere le spalle anche senza l’intenzione di ballare. Il mix di chitarre distorte con un basso che punge a ogni cambio di accordo le conferisce quell’aria di inno trasandato ma efficace, come se la band avesse registrato tutto in una sola take lasciando gli errori perché, alla fine, era proprio quello a darle più personalità.
La registrarono nel 1999, proprio quando i Poison si erano riuniti con la formazione originale e il glam metal iniziava a risorgere nelle radio. Il produttore Tom Werman e gli ingegneri Duane Baron e John Purdell lavorarono in uno studio dove il suono grezzo era più importante dei ritocchi di post-produzione. Durava tre minuti e ventisei secondi, tempo sufficiente perché il ritornello — quel “look but you can’t touch” — rimanesse incollato come uno slogan. Non arrivò al numero uno nella Billboard Hot 100, ma entrò nella Top 40 e divenne uno dei brani più ricordati della sua epoca, anche dopo che il genere perse slancio nel decennio successivo. Oggi, quando la ascolti, non è solo nostalgia: è quel momento in cui il rock degli anni ’80 sembrava che il mondo fosse un posto dove tutto era possibile, anche toccare senza arrivare.
Dall'album
Open Up and Say… Ahh!
Poison · 1988 · Track 6
Dati