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La storia dietro
Good Love, secondo DoReSol
Questa canzone breve va dritta al sodo: in due minuti e mezzo, Good Love racchiude il suono che rese famoso Poison negli anni '80. Il riff iniziale, quello che parte con un colpo secco di chitarra e si avvolge con un’aria tra sporco e melodico, è DNA puro della band. Non ci sono riempitivi, non ci sono abbellimenti superflui: il brano avanza come un treno in corsa, con la batteria che segna il passo giusto perché la voce di Bret Michaels —qui nel suo registro più ruvido— risalti senza sforzo. Ciò che sorprende di più quando la si ascolta è come quel gancio iniziale, quasi infantile nella sua semplicità, finisca per essere coinvolgente: dopo averlo sentito un paio di volte, già gira nella testa senza permesso.
Lo registrarono in un momento in cui Poison aveva già dimostrato di poter riempire gli stadi, ma cercavano ancora quell’equilibrio tra rozzezza e orecchiabilità che li distingueva. Gli ingegneri Duane Baron e John Purdell, insieme al produttore Tom Werman, lasciarono che l’energia dello studio filtrasse nel mix: il basso suona come un motore in movimento, le chitarre hanno quel bagliore metallico che rimbalza negli altoparlanti, e la batteria, seppur minimalista, colpisce con una precisione che fa sentire ogni battuta viva. La durata di 2:52 non è casuale: è esattamente ciò che serve perché il brano non si allunghi neppure di un secondo di troppo. Nella Billboard Hot 100 raggiunse il primo posto, e ancora oggi è uno di quei pezzi che qualsiasi fan del rock degli anni '80 riconosce al volo.
Dall'album
Open Up and Say… Ahh!
Poison · 1988 · Track 4
Dati