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🇺🇸 Stati Uniti · 2016–presente

Fleet Foxes

Fleet Foxes suona come se qualcuno avesse preso il folk degli anni '60, gli avesse applicato un filtro di armonie vocali impeccabili e lo avesse lasciato risuonare in una foresta di Seattle all'alba. Non è folk grezzo né rock rumoroso: è quel luogo in cui l'acustico diventa epico senza perdere la sua intimità, in cui le voci si intrecciano come rami di un albero antico. Il gruppo, guidato da Robin Pecknold, esplora questo territorio da decenni, ma il suo suono ha sempre avuto qualcosa che lo rendeva diverso: una miscela di precisione strumentale e una calda che sembra provenire da un luogo più profondo dello studio.

La band irruppe sulla scena nel 2008 con due pubblicazioni chiave: l'EP Sun Giant e il loro album di debutto omonimo, entrambi su Sub Pop. Fu in quel momento che la stampa specializzata iniziò a parlarne non come di una moda passeggera, ma come di qualcosa di sostanziale. La cosa curiosa è che, prima di registrare quei dischi, il gruppo aveva a malapena risorse: provavano nei seminterrati, registravano nelle case degli amici e dipendevano da ciò che riuscivano a racimolare. Eppure riuscirono a catturare quell'essenza che li avrebbe definiti: voci che si raddoppiano con una cura millimetrica, chitarre che suonano vintage ma con una chiarezza quasi chirurgica, e testi che bilanciano il poetico con il quotidiano. Il produttore Phil Ek fu colui che li aiutò a perfezionare quel suono nei loro primi demo, e da allora Pecknold divenne l'architetto di uno stile che mescola il pop degli anni '60 con la sensibilità del folk moderno.

2,6M Ascoltatori/mese

Dati, premi, membri e altro

Altro su Fleet Foxes

Biografia

Con Helplessness Blues (2011) raggiunsero un punto di maturità che li portò oltre il circuito indie. Il disco non solo fu acclamato dalla critica — arrivò persino nel libro 1001 Album da Ascoltare Prima di Morire — ma diede loro anche il primo vero successo commerciale, raggiungendo la 4ª posizione nella classifica Billboard 200. Ma ciò che fu più interessante non fu il riconoscimento, bensì come l'album riflettesse quel momento in cui la band non era più un progetto di garage, ma una macchina ben oliata di armonie e melodie. Poi arrivò una pausa di tre anni, durante i quali Pecknold studiò e il gruppo si prese una pausa. Quando tornarono nel 2016 per registrare Crack-Up, non erano più gli stessi: il suono era più ambizioso, quasi orchestrale in alcuni passaggi, e la produzione della Nonesuch Records diede loro uno splendore che prima non avevano. Shore (2020), invece, fu una svolta inaspettata: un disco in cui Pecknold assunse quasi tutto il peso creativo, quasi come un progetto personale camuffato da band. Registrato senza i suoi compagni abituali, suona più intimo, più nudo, come se le voci degli altri fossero state sostituite da echi di un passato che non torna più allo stesso modo.

Dati

Nacimiento
1 ene 2006
País
🇺🇸 Stati Uniti
Género
Rock alternativo

Etichette discografiche

Anti-