Il brano che ha aperto la strada è stato Manchild, il primo singolo che ha raggiunto la vetta in diversi paesi e che molti hanno definito "la canzone dell’estate". A seguire Tears, scelto come secondo singolo promozionale per accompagnare il lancio. Ma oltre ai brani che sono andati in onda, l’album nel suo insieme respira influenze dichiarate: dal folk caldo di Dolly Parton allo scintillio disco di Donna Summer, passando per il rock soft di Carly Simon e il pop orchestrale degli ABBA. Il curioso è che, nonostante il clamore iniziale per la copertina, il materiale è stato poi accolto con forza: l’album ha debuttato al primo posto della Billboard 200, consolidando Carpenter come un’artista che non ha più bisogno di etichette per vendere dischi.
Dietro ogni canzone c’è un dettaglio tecnico degno di nota: il team ha lavorato con strati di produzione che vanno dai sintetizzatori vintage agli arrangiamenti di archi che appaiono e scompaiono come un cenno. Persino in brani come Never Getting Laid o We Almost Broke Up Again Last Night, la produzione riesce a trovare quel equilibrio tra il ballabile e il riflessivo, come se ogni traccia fosse costruita per suonare sia a una festa che durante un viaggio in auto alle tre del mattino. Non è un caso che l’album sia stato registrato in un lasso di tempo ristretto, con Antonoff a capo di un processo che ha privilegiato la spontaneità rispetto alla perfezione calcolata. Se c’è qualcosa che definisce Man’s Best Friend, è questa miscela di audacia e precisione: un disco che sembra del futuro, ma con radici che già conosciamo.